AbsolutePoetry

Il programma di Absolute Poetry 2009
Absolute [YOUNG] Poetry 2009 & [Udine traduce]
Udine/Monfalcone, 5-10 ottobre 2009


[Blog]

  • Maria Valente
  • Fourth International Trieste Poetry Slam
  • SATAN SAYS - SATANA DICE
  • Absolute [YOUNG] Poetry 2009 & Udinetraduce
    Monfalcone - Udine, 5 - 10 ottobre
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    Il programma di Absolute Poetry 2008

    CANTIERI INTERNAZIONALI
    DI POESIA
    DI MONFALCONE
    3 -7 GIUGNO 2008
    Il programma di Absolute Poetry 2007
    Il programma di Absolute Poetry 2007
    FM 87 - Speciale Poesia.
    I video e le interviste da AbsolutePoetry2005
    MATJAŽ PIKALO: Benvenuti nel Grand Hotel Europa
    (poesia straniera - numero XVIII)
    postato il 2009-01-07 00:04:16
    da Luigi Nacci

    Matjaž Pikalo, poeta e scrittore, è nato nel 1963 a Slovenj Gradec (Slovenia). Si è laureato in Etnologia e Sociologia alla Facoltà delle Arti di Lubiana e ha conseguito il Dottorato in Etnologia all’Università St. Denis di Parigi. Ha pubblicato quattro libri di poesia, due romanzi, sei libri per bambini, due libri sul calcio, quattro commedie (tre delle quali per bambini), tre sceneggiature cinematografiche e una televisiva. Ha vinto numerosi premi, tra i quali: Premio Neruda (1998), Premio Večernica (2002), il Certificato d’Onore all’Ibby Congress di Città del Capo (2004). E’ socio del PEN CLUB sloveno dal 1994. Nello stesso anno ha fondato ed è tuttora leader degli Autodafé, gruppo di musica etnica che ha riscosso grande consenso grazie a concerti in cui la musica e il canto si fondono assieme a elementi teatrali, coinvolgendo artisti, pittori e poeti.

    www.pesnik-pikalo.si


    POEMA SU DIEGO ARMANDO MARADONA

    Diez,
    perdonami perché ho provato ad avvicinarmi al tuo volto
    senza essermi genuflesso.
    Oggi, domenica, giorno del calcio
    ti ho di nuovo di fronte,
    mi batto il petto
    e rammento i miei peccati.
    Mi dispiace di averti tradito, davvero mi dispiace
    di aver tradito te, l’onnipotente,
    degno di tutti gli onori.
    Quando correvi sul campo di gioco
    nel cielo splendevano due soli.
    Gli indios nello stadio Azteca a Mexico City
    per la paura chinarono la testa,
    convinti che si trattasse di un miracolo.
    Io invece mi sono avvolto in una coperta nella Casa dello studente
    per poter coprire il tremore che mi ha preso
    quando ho visto quel miracolo in televisione.
    Il commentatore ha addirittura detto
    che hai nascosto il sole.
    Poi gli si è seccata la bocca
    per aver visto giocare il dio
    come milioni di credenti a questa messa.
    Diez ha disteso la sua mano divina, il suo dito divino
    indicando così i ladri
    che hanno rubato a lui
    e alla sua gente la propria terra,
    e li ha castigati.
    La sua vendetta
    è stata terribile e infinita.
    Con il piede divino ha messo l’avversario in ginocchio,
    prima però ha giocherellato crudelmente con la palla
    incollata al suo piede sinistro.
    Le riprese mostravano nitidamente
    che non era una palla
    ma la testa staccata dell’avversario.
    E’ vero, alle Maldive hai perso la battaglia, valoroso soldato,
    ma in Messico, quando hai alzato la coppa dorata e l’hai baciata,
    hai vinto la guerra.
    La tua benevolenza è immensa,
    hai saputo essere tenero con i teneri
    e duro con i duri.
    Il miscredente che ha osato
    e a Barcellona ti ha spezzato la gamba divina
    hai orrendamente castigato, trasformandolo in porco.
    Sei tornato in tutta la tua gloria
    ed hai ripreso ad annunciare la verità.
    Ci hai insegnato che è una preghiera la corsa sull’erba,
    ci ha regalato numerosi comandamenti sul calcio
    e per sempre congelato il numero dieci.
    Il tuo nome sta scritto nel libro dei re,
    sei diventato re, così doveva essere.
    Loro invece ti hanno gettato le pietre e tagliato i piedi
    come fanno ai ladri e agli spacciatori di droga
    per le vie di Teheran.
    Ti hanno rimproverato la polvere divina e messo in croce,
    e dagli occhi ti uscivano gocce di sangue e non lacrime.
    “Diez, signore del calcio!”
    scandivano con ironia
    come avevano fatto con Barabba,
    tu però non hai voluto credere loro
    perché sai che sei il solo e l’unico,
    l’unico vero dio del pallone.
    Ora umilmente prego e spero
    che perdoni i miei peccati
    come ho pregato mio padre, allora,
    perché in Austria mi comprasse la tua maglietta,
    reliquia azzurra a strisce lucente
    con le lettere bianche e il numero dieci.
    Io stupido dopo il mondiale
    al mercato l’ho venduta ad un albanese
    e ti ho tradito, buon Diez.
    Perdonami, perché il mio peccato è stato due volte più grande
    di quanto tu pensi.
    Dodici anni dopo
    ho rivisto la tua tenuta divina
    in un mercato a Seul
    e di nuovo ti ho rinnegato, voltandoti la schiena per cento dollari.
    Perdonami,
    non mi sono inginocchiato davanti al tuo volto
    per il male che avevo, perché ti ho perso
    e ancora oggi mi ricopro di lacrime
    come è accaduto a te
    quando ti sei congedato dalla Bomboniera.
    Scriverò a Ki Ma Jun
    e gli chiederò vada al tempio
    e cerchi la reliquia,
    la maglia numero dieci,
    e che me la mandi.
    Solo quando la indosserò
    questa preghiera sarà conclusa.
    Vestito così andrò a Napoli
    e ti cercherò nella cappelletta,
    m’inchinerò e accenderò a te una candela.

    *

    GRAND HOTEL EUROPA

    Il mito racconta
    che la creazione dell’hotel Europa
    fu tenuta a battesimo dalla libidine
    e che l’hotel un tempo era un bordello.
    Zeus vide Europa
    che si bagnava nuda nell’appartamento presidenziale
    e la desiderò.
    Si trasformò in toro
    e la sedusse.
    Tutto il resto è una favola.
    In quell’hotel nacque la democrazia.
    La casa venne costruita con un grosso botto
    ed ha dodici stelle.
    Questo significa una sola bandiera
    e Maria in attesa.
    Il costo per il soggiorno in Europa è la morte,
    la valuta comune un cranio.
    L’hotel poggia sulle antiche colonne presso cui Socrate filosofò
    e dove venne condannato in nome del popolo.
    La storia dell’hotel è dolorosa e al contempo meravigliosa
    ed ha diviso l’Europa in Est ed Ovest.
    Ricordiamo solo il Campo de’ Fiori,
    l’Olocausto e la guerra balcanica
    o la Cappella sistina,
    le ballerine di Degas e le Elegie di Duino.
    Nell’hotel hanno soggiornato poeti e filosofi,
    presidente e regnanti,
    condottieri e rivoluzionari.
    Goethe per ogni ospite
    che non sapeva calcolare gli ultimi tremila anni
    disse, che era un idiota.
    Nella stanza numero 1926 è morto un giovane poeta del Carso.
    Profeticamente scrisse che l’Europa langue,
    pur sapendo che l’Europa era già morta,
    così come Dio, il cui necrologio fu stampato da Nietzsche.
    L’europeo non si è più rialzato
    da quando è apparsa la teoria dell’evoluzione.
    Dal Manifesto comunista in poi
    lo spirito di Marx semina orrore nell’hotel.
    Dalla terrazza potete ammirare il cielo stellato sopra noi
    e la legge morale in noi,
    come direbbe Kant.
    Nel bar notturno ballano le artiste degli Stati
    che sono in attesa dell’adesione.
    Nell’hotel ci capiremo
    se parleremo una lingua comune,
    la lingua dell’amore.
    All’uscita non dimenticate di pagare il conto del telefono
    e del frigo bar.
    Benvenuti quindi nel Grand Hotel Europa,
    l’Europa a due velocità
    e una sola pazzia senza limite.

    *

    UNO

    Uno, noi due siamo uno, pur essendo due.
    Noi due, io e te, c’inchiniamo a dio. Mentre
    dormivamo sotto la volta delle stelle, ho sentito
    paura, troppo veloce era la fuga
    attraverso il cosmo. E’ una paura che
    sentono i bambini, noi due. Il sole e il vento.
    La barca approda al molo. Lentamente ci
    caliamo verso la lampada a petrolio. Quanto è grande il mondo!
    Gli operai scaricano senza guanti
    le merci. Forse davvero non odoro più come
    un tempo. Non so nemmeno se ti ho abbracciata
    per gli altri o per te, davvero non so
    d’averlo fatto. Tu sai di ognuno dei tuoi contatti
    e abbracci. Io so solo – che siamo,
    alla bisogna solo uno. Noi due, finalmente
    abbracciati dal sole perpetuo.

    *

    IL RE DA PECA

    A lungo dormii sotto il tavolo,
    può essere passarono secoli,
    può essere solo ore,
    non so.
    So soltanto
    che prima di addormentarmi faticai a inghiottire saliva,
    tanta fatica che dagli occhi le lacrime mi sgorgarono,
    che allungai il braccio
    e su di esso appoggiai la mia testa pesante
    tanto che qualcuno gridò: “Guardalo, il nostro Superman!”,
    che a stento m’addormentai
    e a stento mi risvegliai
    e mi s’intorpidì l’orecchio.
    Attorno a me la guardia ancora dormiva,
    i bambini già in piedi, come sempre.
    Mentre li osservavo mi ricordai
    che da bambino mi canzonavano,
    dicendo che ero Ungaro.
    Alla gente era giunto all’orecchio
    che ero arrivato dall’Ungheria,
    e così mi diedero quel nome.
    Con i bambini giocava il mio buffone di corte Rainer.
    Fingeva di essere chissà quale stella
    e distribuiva i suoi autografi, il buffone.
    Questo mi riempiva di gioia.
    Quando mi vide mi chiese
    dov’era la mia Alenčica.
    Gli feci notare che non era affar suo,
    se poi gl’importa davvero, allora sappia
    che la regina è rimasta a letto
    poiché ha problemi di schiena.
    Il buffone ridacchiò e mi consigliò
    le facessi un massaggio, alla mogliettina –
    prima da dietro,
    poi anche dal davanti.
    Ciò mi recò offesa.
    Afferrai un palo che avevo a portata di mano
    e presi le misure del suo posteriore.
    Il buffone strillò che era intoccabile
    poiché era una stella,
    e che mi avrebbe denunciato.
    Lo cacciai via
    e mi diressi all’antro.
    Sul Pohorje si stava levando il sole.
    Dagli abeti si riversava la neve
    disperdendosi in mille cristalli.
    Nell’aria sventolava un bianco velo.
    Sul sentiero, davanti all’antro, correva uno scoiattolo
    a nascondersi al riparo sicuro di un abete.
    I boscaioli, miei sudditi fedeli,
    mettevano via la legna, come ogni inverno.
    Mi grattai la barba
    che forte mi prudeva,
    pensando che dovevo radermi.
    Staccai un ghiacciolo all’entrata della grotta
    e iniziai a succhiarlo, per placare la sete.
    Il vento mi portava all’orecchio strane voci –
    una moltitudine di lingue, molte delle quali a me estranee,
    il fiotto di sangue con cui un ubriaco scriveva sulla neve il mio nome,
    il rumore e il fischio dei semoventi che calcavano i miei pascoli,
    da cui percepivo che è il mio destino
    e con il quale diventavamo una cosa unica,
    la radio il cui programma non poteva piacermi
    poiché non vi è nulla di più banale dei comunicati alla radio
    e nulla di più nobile delle poesie
    scritte con il sangue.
    Ascoltavo straniato,
    avrei voluto spegnere il sole
    e offuscare la radio,
    la luce era troppo forte,
    le voci troppo alte.
    Tutto questo m’inquietava.
    Pensai che ero nevrotico come durante il sesso.
    Appena tocco la mia amata Alenčica
    già vengo.
    Non mi calmò nemmeno il buffone Rainer
    che scese a rompicollo la pista picchettata
    per farmi vedere che lui sa.
    Al traguardo sollevò trionfalmente gli sci
    e si proclamò Orso da Peca.
    Non servì a nulla,
    le voci non si chetarono,
    la luce non s’attenuò.
    A volte mi sembra davvero di stare come sull’orlo della disperazione,
    così è, come dice la mia signora.
    Allungai la mano nella tasca della veste
    e ingurgitai un pugno di compresse.
    Mi voltai e presi verso la guardia,
    destai il mio esercito dormiente
    chiamandolo, perché si levi.

    (traduzioni dallo sloveno di Michele Obit)

    **

    Video e file audio di Pikalo e Autodafé: QUI.


    ***

    post precedenti:
    I - János Pilinszky (Ungheria)
    II - Viktor Kubati (Albania)
    III - Slavko Mihalić (Croazia)
    IV - Mircea Dinescu (Romania)
    V - Rade Šerbedžija (Croazia)
    VI - Alfred Lichtenstein (Germania)
    VII - Marcello Potocco (Slovenia)
    VIII - Stanka Hrastelj (Slovenia)
    IX - Pablo García Casado (Spagna)
    X - Gonzalo Escarpa (Spagna)
    XI - Juan Carlos Abril (Spagna)
    XII - Ana Brnardić (Croazia)
    XIII - Natalia Menéndez (Spagna)
    XIV - Alberto Santamaría (Spagna)
    XV - Arben Dedja (Albania)
    XVI - Yolanda Castaño (Spagna)
    XVII - Laureline Kuntz (Francia)


    7 commenti a questo articolo

    MATJAŽ PIKALO: Benvenuti nel Grand Hotel Europa
    2009-08-10 20:58:20|di Marlene
    Hi Matjaz.Incredible poems yours! I didn’t have the pleasure to meet you before but now I did it and say Welcome! Here, into this charming home.Words so lovely and sweet when U celebrate Maradona too, seems to me you’re so full of love.Thanks a lot.Marlene

    MATJAŽ PIKALO: Benvenuti nel Grand Hotel Europa
    2009-01-13 08:34:31|
    I don’t remember anything (and all).

    MATJAŽ PIKALO: Benvenuti nel Grand Hotel Europa
    2009-01-10 15:29:02|di Christian
    Yes Matjaž, at the festival last edition of the festival. TvKoper invite me, Silvia Salvagnini and Marc Kelly Smith, the creator of the slam... In any case, I ll be in Koper at 21, for a reading, with Kravos, Potocco... But I remember your performance after the Trieste Poetry Slam!!!!

    MATJAŽ PIKALO: Benvenuti nel Grand Hotel Europa
    2009-01-09 19:04:36|

    ciao christian!

    I saw you on tv koper-c apodistria few month ago, of course in contents "slam poetry". congratulations!

    happy new year to you, too!

    matjaž


    MATJAŽ PIKALO: Benvenuti nel Grand Hotel Europa
    2009-01-08 23:11:44|di Christian Sinicco
    Hi Matjaz, srecno novo leto! See you in Triest I hope, or in Slovenia.

    MATJAŽ PIKALO: Benvenuti nel Grand Hotel Europa
    2009-01-08 14:16:01|

    ciao francesco!

    I own you CD for my book Marinamarina! I did’t forget it, the problem is, that I don’t have it - for now.

    matjaž


    MATJAŽ PIKALO: Benvenuti nel Grand Hotel Europa
    2009-01-07 13:19:40|di Francesco t.

    Conoscevo già i testi, molto belli ed incisivi. Un caro saluto a Matjaz, persona poliedrica e umanamente profonda.

    Francesco


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